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Terminillo: il non luogo e l’antimonio PDF Stampa E-mail
Notizie dal WEB
Venerdì 30 Marzo 2012 14:55

Terminillo: il non luogo e l’antimonio
Il Terminillo prima degli alberghi. E’ l’importante testimonianza tramandata da Giuseppe Bellucci
Il turismo è un fenomeno essenzialmente novecentesco legato al surplus economico raggiunto da gran parte della popolazione occidentale.
Precedentemente solamente gli appartenenti ai ceti più agiati potevano viaggiare per diporto, mentre per le popolazioni subalterne le rare giornate di ferie dal lavoro si esaurivano nel quotidiano contesto spaziale di riferimento.
Con l’uscita delle masse popolari da una condizione economica di autoconsumo fu evidente che il sistema delle strutture ricettive si sarebbe dovuto rimodellare a fronte di un fenomeno del tutto nuovo; il turismo delle masse.
Se prima del secondo dopoguerra vi erano stati accenni di tale trend, solamente con il boom economico l’uscita al mare od in montagna divenne cosa normale e ovvia.
La letteratura cinematografica e televisiva è memoria di tale importante periodo con le performance di Aldo Fabrizi ad Ostia (nel film “la famiglia Passaguai”) o aspirante sciatore al Terminillo nel celebre sketch ancora oggi riproposto dalle reti RAI. Proprio nella nostra montagna ben presto le strutture ricettive, ristorative e di fruizione si dimostrarono insufficienti a fronte delle frotte di sciatori (o aspiranti tali) e amanti dell’aria buona che settimanalmente presero a riversarsi a Pian de Valli e a Campoforogna.
Il luogo che per secoli era stato dei pastori e che aveva attratto ed impaurito le popolazioni pedemontane venne ridefinito per far fronte ad un mercato nuovo.
Da allora e a tutt’oggi il Terminillo non ha che una sola componente semantica, un solo significato: stazione turistica.
Nei secoli passati alcuni nuclei abitativi sorgevano oltre i mille metri, come a monte di Pian de Rosce dove è ancora possibile vedere terrazzamenti, alberi da frutto e qualche rudere.
Accertata anche la presenza in quota di pastori e carbonari, nonché quella stupefacente dei cavatori di ghiaccio addetti a rifornire gli ospedali romani di questa prezioso materiale.
Tali attività umane scomparvero gradualmente quando sul Terminillo iniziarono a sorgere le prime e pionieristiche attività ricettive e ristorative, quando a dorso di mulo gli appartenenti ad una consolidata elite nobiliare e borghese iniziarono a salire da Lisciano sotto la supervisione di quel Munalli di cui ogni ricostruzione storica porta testimonianza.
Di fatto il turismo ha cambiato l’abito al comprensorio, lo ha rivestito di un significato nuovo e probabilmente definitivo.
Nulla sembra poter prescindere dalla commercializzazione stessa del luogo che di fatto non è più luogo storico, non è più luogo relazionale, non è più luogo identitario.
Il luogo sembra oramai un non luogo, che come ci insegna Marc Augé (forse il più grande tra gli antropologi viventi) nulla ci dice della nostra storia, di quella dei nostri padri, non ci dice nulla su ciò che siamo e su ciò eravamo.
Eppure il Terminillo esisteva ben prima dell’arrivo dei turisti, e probabilmente riuscirà anche a sopravvivere ad essi e al cicalio degli amministratori politici.

Come abbiamo visto una discreta attività umana era presente in quota prima della turisticizzazione del sito.
Per le genti dei paesi il Terminillo rappresentava certamente un punto di incontro e di commercio, di cui la toponomastica porta ancora testimonianza.
Già altri hanno ricondotto il toponimo Campoforogna al latino Campus Forum, un luogo quindi dove gli abitanti dei vari centri pedemontani erano soliti riunirsi nel passato installando un mercato.
Probabilmente proprio i popolani erano soliti riferirsi alla montagna definendola Termenillu, e alcune teorie vorrebbero che tale toponimo fosse riferito non al massiccio più alto bensì al Terminilletto.
È accertato che fino al 1808 le carte geografiche erano solite riferirsi al massiccio come Monte Gurgure o Monti Gurguri, toponimi riconducibili al varroniano Gurgures Altos Montes.
Solamente da tale data iniziò a farsi strada anche tra le elite cittadine il toponimo corrente.
Luogo per pastori ma anche odiato e temuto dai pastori per via della presenza accertata di branchi di lupi, contro cui le autorità dei paesi erano solite autorizzare vere e proprie battute di caccia almeno fin dal 1500.
In un passato dove la dominazione sulla natura ancora non era completa di fatto si guardava al Terminillo con quella soggezione che oggi, ahinoi, non è più riservata alle montagne.
Tale soggezione era talmente forte che una credenza popolare aveva eretto la vetta del Terminillo a luogo mitico dove il demonio in persona custodiva un fiore dalle virtù straordinarie.
Di tale credenza da notizia Giuseppe Bellucci, non un nome qualsiasi per gli appassionati di demologia; nato nel 1884 a Perugia fu, oltre che un accademico brillante , un noto folclorista raccoglitore di amuleti e strumenti magico- religiosi attualmente ammirabili presso la Collezione Giuseppe Bellucci del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria, sito a Perugia presso l’ex convento di San Domenico.
Un ottimo testo di Roberto Lorenzetti e Nicola Ravaioli (Viaggio fotografico nella storia del Terminillo tra Ottocento e Novecento, Rieti, Il Velino, 1985) custodisce l’importante testimonianza.
Con il permesso del Lorenzetti mi permetto di riportare un estratto del testo, conscio che una sintesi delle parole del Bellucci sarebbe poco godibile rispetto all’originale.
L’anno di riferimento è il 1901:

sulla vetta più elevata del Terminillo vive, secondo quando ne assecurasi, una pianta singolare, che si designa comunemente con il nome di Antimonio. È rarissima e, la sua rarità si accresce, ove si consideri che è difficile rinvenirla di giorno e che per ritrovarla e precisare così il luogo ove è cresciuta, bisogna ricercarla a notte calata nel tempo della sua fioritura, perché ha un fiore, che brilla di luce vivissima nell’oscurità, essendo fortemente fosforescente. Questa pianta ha virtù medicamentose straordinarie; guarisce, se le sue parti sono ben somministrate, ogni sorta di mali, cosiché il fortunato possessore acquista, ritrovandola, un tesoro prezioso, che distribuirà con certa fortuna all’umanità sofferente.
Una volta rinvenuta la pianta sul Terminillo, occorrono grandi precauzioni per estrarla dal suolo, poiché le straordinarie virtù che possiede, andrebbero totalmente perdute, se scavata senza regola o senza cura veruna. Bisogna anzitutto isolare le radici della pianta con un lavoro di zappatura curando di non reciderle; poi quando la pianta sarà isolata nella maggior parte delle sue radici e resterà fissata al terreno per la sola estremità del fittone, si dovrà attaccarla mercé una corda alla coda di un cane, sollecitando poi questo ad allontanarsi, obbligando così a strappare dal suolo la pianta, che vi era cresciuta. Il povero cane, inconscio della sorte che lo attende, si dà alla corsa, svelle dal suolo la pianta; ma appena questa si trova liberata da ogni rapporto con il terreno, il cane cade morto irrigidito, come se fosse stato colpito da un fulmine ed un fortissimo rumore si avverte allo intorno, come quello di un tuono prolungato.
L’Antimonio è una pianta diabolica, secondo il concetto popolare; e quando il diavolo vede sradicata la pianta prediletta e riflette che le parti che la compongono, opportunamente somministrate, salveranno dalla morte milioni di individui, e quindi dalla possibilità di eterna dannazione altrettante anime, colpisce con una “sporcizia” la povera bestia, che ha strappato dal suolo la pianta, e fa seguire alla “sporcizia” il tuono, che accompagna di solito tutte le fulminazioni.

Curiosamente il Bellucci fa riferimento all’Antimonio, che è come noto un elemento chimico che ha, tra l’altro, la caratteristica di essere sostanza tossica o addirittura velenosa.
Con un sola pianta i popolani sostenevano di poter salvare milioni di individui, ed è quindi deducibile che la somministrazione ad un numero limitato di individui avrebbe portato gli stessi alla morte per avvelenamento.
Sarebbe affascinante rintracciare l’origine del mitico fiore dell’Antimonio, comprendere cioè quale pianta veniva reperita nel comprensorio e quali fossero le regole etnobotaniche attraverso le quali ci si avvicinava alle virtù medicamentose della stessa.
Il 2008 è appena iniziato, un nuovo anno di questo scorcio di millennio.
I satelliti ci permettono di parlare e di vedere persone all’altro angolo del pianeta.
I versi che De Gregori intona in Titanic “E il Marconista sulla sua torre le lunga dita celesti nell'aria. Riceveva messaggi d'auguri per questa crociera straordinaria, e trasmetteva saluti e speranze in quasi tutte le lingue del mondo. Comunicava tra Vienna e Chicago in poco meno di un secondo” appartengono oramai ad una meraviglia tecnologica obsoleta.
Il progresso corre veloce come mai era accaduto prima di oggi, e i filosofi ci dicono che l’accelerazione crea altra accelerazione.
Siamo così proiettati nel futuro che il passato dei nostri avi del secolo scorso sembra appartenere ad una notte ancestrale.
Conosciamo la storia d’Italia da Enea a Prodi, ma rischiamo di dimenticare definitivamente la storia della piccola gente che nasceva, viveva e moriva guardando una montagna e sognando una pianta magica.

(Per un approfondimento delle tematiche trattate in questo articolo, oltre al già citato testo di Lorenzetti e Ravaioli consiglio la lettura di Roberto Marinelli, Il Terminillo. Storia di una montagna e di Antonio Cipolloni, La Montagna di Roma, quest’ultimo facilmente reperibile in commercio)

Autore: Maurizio Perelli

30/01/2008

tratto da: http://www.gosabina.com/articoli/2008/gennaio/cultura/terminillo-il-non-luogo-e-l-antimonio.asp