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STORIE DI FASCISMO, SCI E CICLISMO PDF Stampa E-mail
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Domenica 29 Dicembre 2013 17:50

TERMINILLO: STORIE DI FASCISMO, SCI E CICLISMO
È nata nel 1933 dall’intuizione di un gerarca fascista ed è divenuta nel volgere di pochi anni una delle principali località di sport invernali dell’Appennino centrale. Stiamo parlando del Terminillo, la sede del primo arrivo in salita del Giro 2010. In quest’articolo vi raccontiamo la sua storia, dai primi vagiti alpinistici del XIX secolo al battesimo sciistico degli anni ‘30, dalle prime promozioni ciclistiche in rosa alla travolgente tappa di Garzelli e Simoni del 2003, fino agli odierni sviluppi del compresorio della “Montagna di Roma”, distante appena un centinaio di chilometri dalla capitale. Dopo la storia lasciamo il campo alla tecnica, con i dettagli dei tre versanti praticabili, uno dei quali riservato ai patiti della mountain bike. Le pagine della storia d’Italia scritte nel periodo del ventennio fascista sono vergate con inchiostro nero, nerissimo e non è questo il luogo idoneo per andare a rivangare episodi spiacevoli del nostro passato, con il loro carico di dolore. Ma non fu tutto negativo quello che avvenne durante gli anni del regime di Mussolini, anche fautore d’iniziative positive, delle quali tuttora stiamo ancora godendone i benefici. Basta pensare all’istituzione delle pensioni, alla lotta all’analfabetismo, alle ingenti opere di bonifica delle paludi dell’Agro Pontino e…. al Terminillo.
Se il “Mons Tetricus” degli antichi sabini è divenuto una delle principali stazioni di sport invernali dell’Appennino lo si deve a una felice intuizione di Benito Mussolini che, un pomeriggio, sorseggiando un drink – scusate… aperitivo, mai usare termini stranieri nel periodo fascista – in un bar di Piazza delle Muse a Roma ebbe l’illuminazione di fare del monte che ammirava dalla terrazza del pubblico esercizio (nelle giornate invernali più fredde e limpide, la cima del Terminillo è visibile con chiarezza, distante in linea d’aria una settantina di chilometri dalla capitale) una località in grado di competere con i più celebrati centri alpini, molto scomodi da raggiungere per gli sportivi dell’Italia centrale.
Così si raccontò per far risaltare ancora una volta la figura del duce e per dare un po’ di colore alla storia, che in realtà, presa la decisione di dotare Roma di un luogo idoneo per la pratica degli sport alpinistici, vide il Terminillo uscire vittorioso dal ballottaggio con la località frusinate di Campocatino e il Monte Gennaro, molto vicino alla capitale ma poco elevato. Il monte reatino aveva tutte le carte in regola, forte anche di precedenti avventure sciistiche e prima ancora escursionistiche, iniziate negli anni ’60 del XIX secolo e che portarono alla costruzione del rifugio Re Umberto I, innalzato nel 1901 proprio sulla vetta del monte, appositamente spianata. Inizialmente meta di geologi, geografi e botanici (come Carlo Jucci, che nel 1949 vi fonderà l’importante Centro Appenninico di Genetica), dal 1927 il rifugio comincerà ad essere raggiunto con ai piedi un paio di rudimentali sci realizzati in legno di frassino, mentre di nocciolo erano i bastoncini, antesignani delle racchette. Erano ancora strumenti di lavoro, per vedere gli sci al Terminillo inforcati per puro diletto bisognerà attendere ancora qualche anno. L’artefice della nascita sportiva di questi luoghi fu Angelo Manaresi, comandante del X Alpini e Sottosegretario al Ministro della Guerra, che salì sul monte per mantenere una promessa fatta ai reatini il 24 maggio del 1932 quando, in occasione dell’anniversario della vittoria, pronunciò un discorso carico d’enfasi ai reduci della Grande Guerra, esaltò i montanari sabini impegnatisi al fronte e s’impegnò a salire con loro fin sulla vetta del Terminillo. Nonostante la data non felicissima scelta per l’escursione, il 21 dicembre, il Manaresi rimase colpito dalla bellezza del luogo e promise di sottoporre al duce, sul quale aveva notevole influenza, il progetto di una stazioneturistica in quel luogo.
Un mese più tardi Mussolini in persona salì sul monte, accompagnato dai figli Vittorio e Romano e dalla moglie, Donna Rachele. La gita sulla neve, piuttosto spartana (viaggio a dorso di mulo, pranzo al sacco), piacque molto anche al duce che chiese alla locale amministrazione di realizzare una strada, essendo finora il monte accessibile esclusivamente tramite sentieri. I lavori iniziarono subito e nel dicembre del 1933 fu inaugurato il primo troncone, che da Lisciano saliva fino al Pian di Rosce; nei mesi successivi sarà ultimato il tratto che permetteva di giungere sino a Campoforogna, che poi diventerà il più elevato dei tre nuclei che andranno a costituire la nascente stazione invernale.
Bisognava ora pubblicizzare il Terminillo su scala nazionale e il regime trovò un’ottima cassa di risonanza nel Giro d’Italia, che già aveva reso omaggio al duce nel 1928, facendo partire una tappa della corsa rosa dalla natia Predappio. A partire dal 1936 e per quattro anni consecutivi la cronoscalata alla neonata stazione di sport invernali costituirà una delle tappe clou del Giro, che aveva introdotto le prove individuali tre anni prima e mai, finora, aveva proposto un arrivo in salita. La prima edizione della Rieti – Terminillo fu conquistata da Giuseppe “Gepin” Olmo, recordmen dell’ora in carica, che volò i 20 Km del tracciato in 55’12” ad una media di 21,739 Km/h, staccando di 19” Aladino Mealli e di 35” Gino Bartali, da due giorni maglia rosa e lanciatissimo verso la sua prima vittoria al Giro. L’anno successivo sarà proprio Ginettaccio a fare sua la cronoscalata – con grande scorno dei fascisti, ai quali non andava molto a genio il “pio” Bartali – con Mealli ancora piazzato (41”) e terzo il capoclassifica Valetti (1’03”), definitivamente spodestato in questa giornata. Sarà proprio Giovanni Valetti, piemontese di Avigliana, a essere consacrato “re del Terminillo” imponendosi nelle altre due cronoscalate effettuate, staccando nella prima occasione di ben un minuto Giordano Cottur e nell’altra ancora Bartali, sopravanzato di 28”.
Caduto il fascismo e con un’Italia da ricostruire, nel secondo dopoguerra il Giro si dimenticherà del Terminillo. Almeno fin quando, alla fine degli anni ’50, sarà completato il collegamente stradale con Leonessa, che consentirà di proporlo come Gran Premio della Montagna “en passant”, semplice passaggio e non più sosta, quasi a voler scacciare i fantasmi dei passati trascorsi col regime, seppur con positivi scopi pubblicitari. Nel 1960 scollinò in testa ai quasi 1900 metri della Sella di Leonessa un asso della montagna del calibro di Charly Gaul, prima che nella picchiata verso Rieti s’isolino in testa alla corsa Gastone Nencini, vincitore di tappa, e Guido “Coppino” Carlesi. Due anni più tardi, nel corso della cosiddetta “tappa della Valle Santa”, fu addirittura proposta una doppia scalata al Terminillo, in una giornata nella quale fu autentico mattatore il francese Joseph Carrara, primo su entrambi i GPM e anche al traguardo di Rieti, dove giunse con quasi due minuti di vantaggio sul gruppo maglia rosa.
Dopo questa “sbornia” seguirà un altro lungo digiuno, protrattosi per 16 anni e terminato il 17 maggio del 1978, quando si salì sul “Mons Tetricus” nel finale della tappa Latina – Lago di Piediluco, che vide disputarsi i premi giornalieri due futuri direttori sportivi: Rudy Pevenage conquistò il GPM, Giuseppe Martinelli il traguardo finale. Nel 1981 Bortolotto fece sua la “Montagna di Roma”, affrontata nella tappa Roma – Cascia, che vide Gianbattista Baronchelli imporsi nella città di Sant Rita. Nel 1986 l’onore di scollinare per primo toccò ad Alfio Vandi, mentre il successo nella tappa Avezzano – Rieti andò al portoghese Acacio da Silva.
Bisognerà attendere il 1987 perché il Giro ritrovi il “coraggio” di porre un traguardo al Terminillo, al termine di una tappa breve (134 Km) ma intensa, vinta dal francese Jean-Claude Bagot. Dopo il Carrara del 1962, un altro “carneade” del ciclismo tornerà a incidere il suo nome nelle roccie del Terminillo: il colombiano Demetrio Cuspoca Fonseca, nessun successo all’attivo in carriera, riuscirà a svettare per primo, sotto un acquazzone che renderà la discesa più selettiva della salita, nella Scanno – Rieti del 1991, vinta dal russo Vladimir Pulnikov. L’anno dopo sarà “Lucho” Herrera, un altro colombiano, a tagliare per primo il traguardo con un margine di appena due secondi sul gruppo maglia rosa, un distacco ridicolo rispetto a quelli che era solito affibbiare nel periodo d’oro della sua carriera, conclusasi proprio dopo quella stagione. Ci sarà addirittura un arrivo in volata nel 1997, ovviamente a ranghi ristretti, con la crème della classifica a giocarsi il successo nella quinta frazione: primo il russo Pavel Tonkov, che corre con la maglia rosa indosso, battuti il francese Leblanc e gli italiani Pantani e Gotti. Ancor più “esclusiva” fu la volata a due del 2003, con Stefano Garzelli che precede Simoni e intasca la maglia rosa.
L’ultima presa di contatto del Giro col Terminillo risale alla tappa Tivoli – Spoleto del Giro “garibaldino” del 2007, vinta dal colombiano Luis Felipe Laverde, primo anche sulla Sella di Leonessa.
Mentre si scrivevano queste pagine di storia a due ruote la stazione del Terminillo cresceva sempre più e si affermava come una delle principali località di sport invernali dell’Appennino. Al giorno d’oggi la “Montagna di Roma” offre all’appassionato 60 Km di piste e 8 impianti di risalita che permettono di superare un dislivello di quasi 600 metri. In questi ultimi anni si è verificata anche una “timida” apertura (gli sforzi degli amministratori sono ancora quasi tutti incentrati sullo sci) verso altri sport come il trekking e l’escursionismo estivo mentre fin dal 1966 la strada che sale da Rieti è teatro di una cronoscalata automobilistica, la “Coppa Bruno Carotti”.
Il futuro del Terminillo prevede, dopo l’apertura negli ultimi anni di nuove seggiovie quadriposto, la creazione di nuove piste, che saranno realizzate nell’area nord del comprensorio, nella quale la neve solitamente permane fino a giugno inoltrato.

LA SALITA
La strada inizia a salire già all’uscita da Rieti, ma generalmente le cartografie non considerano mai i quasi 5 Km conducono dal centro geografico d’Italia (“Umbilicus Italie” è talvolta definito il capoluogo della Sabina) alla frazione di Vazia, situata all’altezza del crocevia con le rotabili provenienti da Cittaducale e da Cantalice. Fin lì la pendenza è molto lieve e quel tratto può essere utilizzato come riscaldamento prima di approcciare il Terminillo, la cui cima dista 21 Km da Vazia (solo 16 Km se ci si ferma a Campoforogna, come faranno i “girini”). Anche l’approccio è, comunque, molto pedalabile e una pendenza media del 4,2% presentano i 1,5 Km che si concludono a Lisciano, il borgo presso il quale terminava la strada fino al 1933. Chi vorrà iniziare l’ascesa affrontando subito i tronconi più impegnativi può evitare questi 1500 metri, scendendo direttamente da Cantalice a Lisciano, saltando così anche il passaggio per Vazia (questa strada, non riportata sull’atlante stradale TCI, misura circa 3,5 Km e presenta una pendenza del 5,7%).
Intagliata a tratti nella roccia, la strada aggredisce con decisione le pendici del “Mons Tetricus” e propone subito le maggiori difficoltà: fino all’imbocco del Pian di Rosce, stretto pianoro che costituisce il più basso avamposto della stazione del Terminillo, si affrontano 6 Km all’8,3%, con il picco massimo di tutta l’ascesa (12%) toccato a 4,5 Km da Vazia, poco prima raggiungere il primo dei quattro tornanti che s’incontreranno. La carreggiata è sempre ampia (va ricordato che questa strada fu tracciata in periodo fascista per servire la “Montagna di Roma” e le sue proporzioni dovevano ricordare anche le monumentalità tipiche dello stile littorio) e questo può costituire un’insidia, poiché l’occhio è facilmente ingannato dalle proporzioni e finisce per percepire una pendenza più lieve di quella reale. L’attraversamente del Pian di Rosce, particolarmente spettacolare in autunno, permette di tirare un momento il fiato perché in quel breve tratto la pendenza si addolcisce e la strada perde addirittura qualche metro di quota. Tutto si esaurisce nel volgere di 700 metri, poi la salita riprende caparbia e nei successi 3 Km torna sui livelli precedenti, inclinata al 7,3% medio fino all’ultimo tornante, che si supera a 1335 metri di quota, quando si saranno percorsi 11,7 Km da Vazia e ne mancheranno poco più di 4 al traguardo. Un altro brevissimo istante di requie, proprio a cavallo del tornante, e poi ci saranno ancora 3800 metri di ascesa impegnativa, all’8,2%, che condurranno al Pian de’Valli, il cuore del Terminillo, nucleo prevalentemente costituito da alberghi in mezzo ai quali spicca la chiesa di San Francesco, costruita tra il 1949 ed il 1956 sbancando più di 25000 metri cubi di roccia e riconoscibile da lontano grazie all’affusolato campanile a cuspide. Qui si conclusero le quattro cronoscalate degli anni ’30 e i primi due arrivi in linea mentre, come nei più recenti ritorni al Terminillo, si dovrà affrontare un ulteriore chilometro. Oramai, però, il più si sarà affrontato e quest’ultimo tratto presenterà difficoltà decrescenti approssimandosi al piazzale di Campoforogna (1668m), entrando nel quale la strada si “permette” di diventare quasi pianeggiante. Qui, a 16 Km da Vazia (1168 m di dislivello complessivi, media del 7,3%), si concluderà la giornaliera fatica dei corridori e con essa l’ex SS 4 bis “del Terminillo”, che termina affrontando un circuito di 1,5 Km attorno a Campoforogna, concepito al momento della creazione della stazione invernale per permettere di “girare” ai torpedoni e alle vetture che portavano i turisti alle piste.
Per gli appassionati salitomani, invece, ci sono ancora 4,9 Km di strada d’affrontare per giungere fino alla Sella di Leonessa, il valico che introduce la discesa verso l’omonimo centro. Si tratta di un’appendice facilmente digeribile poiché inizia pianeggiante e tale rimane per quasi 2 chilometri e mezzo, prima d’affrontare il balzo finale di 3 Km al 6%, nel corso del quale si superano 5 tornanti e si sfiora il Rifugio Sebastiani, ultimo segno della presenza umana prima dell’ormai prossimo scollinamento.
Una precisazione sulla quota finale. Tutte le cartografie riportano la quota di 1901 metri, per anni attribuita alla Sella di Leonessa e talvolta “gonfiata” sino a 2002 metri (vedasi le cartine delle vecchie edizione della Gran Fondo del Terminillo). Recenti rilevazioni, effettuate altimetro alla mano dall’ingegner Stefano Di Santo, cartografo della corse Gazzetta, hanno permesso di rettificare questa quota, “svalutandola” a 1894 metri. I sette metri persi non hanno insidiato il terzo posto della Sella di Leonessa nella classifica dei valichi asfaltati più elevati dell’Appennino, che la vede preceduta dalla Sella Scrima del Cavallo (2074m, Block Haus) e dalla Sella di Pratoriscio (2130m, Gran Sasso).

GLI ALTRI VERSANTI
Altri due versanti permettono di scavalcare il Terminillo, salendo rispettivamente da Leonessa e da Micigliano.
Il primo versante inizia all’uscita dall’omonimo centro e raggiunge la sella in 16 Km spaccati, risalendo la Vallonina e affrontando una pendenza media del 5,9%. Tecnicamente è divisibile in due parti distinte: facili i primi 5400 metri, che salgono alternando tratti pedalabili ad altri in falsopiano (media del 3,3%), impegnativi i rimanenti 10,6 Km al 7,3%, caratterizzati da un picco all’11%.
Il versante di Micigliano è solo parzialmente ciclabile in bici da corsa: dei suoi 19,4 Km (media complessiva del 6,9%) sono asfaltati solo i primi 6 Km (dal bivio sulla statale Salaria in località San Quirico a poco oltre Micigliano) e gli ultimi 1500 metri, che coincidono col tratto terminale del versante di Rieti. Infatti, si confluisce sulla strada provinciale a quota 1794, esattamente all’altezza del primo dei cinque tornanti finali, dopo aver affrontato una dozzina di chilometri di strada sterrata. È un itinerario ideale per gli amanti delle rotabili a tornanti poiché percorrendo il tratto di strada bianca, nel corso del quale la pendenza media si attesta sul 7,4% (ma l’ultimo tratto sterrato è in quota), si superano 20 tornanti, 15 dei quali racchiusi nello spazio di 4,3 Km.


di Mauro Facoltosi

Tratto da:http://www.ilciclismo.it/2009/?p=2249