Rieti, nel processo sugli abusi della Capanna Trebbiani lungo interrogatorio in aula per Manuela Rinaldi
Ascoltato anche l'architetto Claudio Broggi
RIETI - Era la deposizione più attesa quella di Manuela Rinaldi, l’architetto ex dirigente dell’ufficio Urbanistica del Comune, al processo sulla ricostruzione della capanna Trebbiani, al Terminillo, che la vede imputata di abuso d’ufficio con l’ex assessore Marzio Leoncini e ad altri due tecnici. Attesa, perchè è proprio attorno a quel permesso per costruire da lei rilasciato nel 2008 all’Impretekna di Leoncini, che affonda la parte più importante del procedimento, senza tralasciare le altre imputazioni per violazioni edilizie. L'INTERROGATORIO DEL PM
Due ore di interrogatorio, rispondendo alle domande del pubblico ministero Lorenzo Francia, oltre che degli avvocati (la Rinaldi è difesa dall’avvocato Roberto Borgogno, dello studio Coppi) e dei giudici a latere Ciocca e Auricchio, del collegio presieduto da Tommaso Martucci, tese a stabilire se la Rinaldi favorì Leoncini firmando un permesso illegittimo. E lo fa, il rappresentante dell’accusa, arrivando anche a chiedere all’architetto: «La sua stanza era vicina a quella dell’assessore?». E la risposta: «No, l’assessorato stava in Comune, mentre i nostri uffici erano in via della Foresta, dove c’è la sede della municipale».
LA RINALDI SOTTO TORCHIO
Ancora il pm: «Quando fu incaricata di dirigere l’ufficio, prima o dopo la nomina di Leoncini ad assessore?». Rinaldi: «Dopo, a luglio, ma accettai l’incarico propostomi dal sindaco Emili, perchè mi stimava ed ero l’unica ad avere i requisiti, solo dopo averne parlato in famiglia, visto che ho tre figli e mi avrebbe portato via molto tempo». Francia insiste, vuole scavare ancora allo scopo di individuare punti deboli nell’iter della pratica che consentì all’Impretekna di iniziare la ricostruzione della prima locanda di ristoro del Terminillo che, secondo la procura, avrebbe violato i vincoli paesaggistici esistenti sull’area.
RIFLETTORI SULLE DATE
Date e passaggi si susseguono nelle risposte dell’imputata: «Non fui io ad occuparmi dell’istruttoria, quando arrivai all’Urbanistica era tutto fatto, tanto che un giorno Claudio Broggi mi chiamò, insieme agli altri due tecnici Carlucci e Vagni, per dirci: voglio che su questo caso ci sia una condivisione generale, invitandoci a firmare. Lui era consapevole, tanto che fu sempre Broggi, come dirigente, a comunicare alla società il parere favorevole al rilascio del permesso. Ciò avvenne nel giugno 2007, dopo le elezioni amministrative. In precedenza, a maggio, Broggi aveva espresso un diniego alla richiesta della società perchè la documentazione presentata risultava carente e solo successivamente fu integrata».
LA DEPOSIZIONE DEL'ARCHITETTO BROGGI
L’atto a firma dell’ex responsabile dell’Urbanistica, inizialmente sfuggito all’inchiesta, è poi saltato fuori durante il processo per mano degli avvocati Riziero Angeletti e Andrea Santarelli, difensori di Leoncini. Lo stesso Broggi, sentito come testimone, esaminando la lettera, rispose un pò enigmatico: «Non ricordo di aver firmato questo documento. E’ una firma diversa, non riconducibile chiaramente a quello che era il mio modo di firmare...nella mia memoria non era configurata questa comunicazione dell’accoglimento».
E sull’iter autorizzativo, precisò: «C’era un orientamento degli uffici comunali a far ricostruire, in maniera diretta, edifici che potevano dimostrare la loro preesistenza attraverso foto e documenti». Criterio adottato anche con la capanna Trebbiani, andata a fuoco alla fine degli anni’60. Ultimo passaggio, ancora dedicato al permesso per costruire rilasciato dalla Rinaldi: «L’Impretekna chiese di realizzare un garage interrato ma il nullosta regionale era scaduto, così ne richiese un altro. Solo quando la pratica risultò perfezionata, firmai». Ultime battute a giugno, poi (forse) la sentenza.